Il garofano del Vulture in una ricerca naturalistica dell’800

La scoperta del Dianthus vulturius, il garofano sacro a Zeus.

La Reale Accademia di Scienze di Napoli, voluta da Giuseppe Bonaparte e successivamente passata ai Borboni, incaricava i signori Michele Tenore e Giovanni Gussone di una ricerca naturalistica nelle province del Principato Citeriore e di Basilicata. Era l’estate del 1838 [1].

Fu così che da Salerno, passando per le valli del Sele e dell’Ofanto fino alle aree interne lucane, giunsero nel melfitano soffermandosi sul monte Vulture, emblema del regno di Flora. Allora si era lusingati di poter studiare “il famoso monte, le mille volte da lungi vagheggiato” [2], pregevole per la sua natura geologica e sempre ricco di nuove scoperte, poco avvertite dai semplici viandanti.

Non poteva essere altrimenti per un monte dalla natura così particolare: edificio vulcanico e crocevia per la Daunia, la Campania e l’entroterra della Basilicata, con lo sguardo rivolto alla città un tempo cara a Federico II.

Tanti furono gli studiosi che nei secoli si incamminarono in direzione del monte per coglierne gli aspetti naturalistici più particolari. Dagli inglesi ai prussiani, dai monaci agli accademici, l’estinto vulcano era visto come il cuore della penisola, anche in senso geografico.

Il peregrinaggio dei due studiosi riportò, tra il ’39 e il ’40, un chiaro rapporto sulla biodiversità della zona, dal punto di vista mineralogico a quello botanico, alimentando l’archivio reale di nuove ricerche e di scoperte floreali indigene.

È il caso del Dianthus vulturius, un piccolo garofano sacro al dio Zeus e, in questo caso, entità endemica. Ritrovato alle falde meridionali del Vulture, da allora porta il nome dei due accademici e, ad oggi, rappresenta una delle peculiarità della zona. Resiste anche se la pressione antropica di vario tipo disturba gli equilibri naturali pregiudicandone l’esistenza, facendo sì che piante come questa rischino di scomparire [3].

La sua scoperta rappresentò un momento di grande orgoglio per i due botanici. Eppure non è altro che un garofano, privo di utilizzo fitomedico, genere di pianta già descritta da Teofrasto nella sua Historia Plantarum (Περὶ Φυτῶν Ιστορίας). Chissà, forse perché si trovavano sul “famoso monte” o forse perché il bello sta proprio nello scoprire ciò che è sotto gli occhi di tutti, ma è invisibile per le esigue dimensioni.

Di certo, solo un attraversamento consapevole permette di valorizzare anche l’aspetto più piccolo di un territorio.

Fabrizio Gerardo Lioy

 

[1] La storia che segue è ampiamente descritta in Memorie sulle peregrinazioni eseguite dai soci ordinari signori M. Tenore e G. Gussone, Stamperia Reale di Napoli, 1842.

[2] Id., Memoria Prima. Da Salerno al Vulture.

[3] Cfr. rapporto Natura 2000 circa il sito del Monte Vulture.

Foto di Franco Caldararo da https://www.floraitaliae.actaplantarum.org/viewtopic.php?t=51665

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