Rifugio, bivacco o baita? Qualche precisazione

Il termine rifugio deriva dal latino refugere, ossia rifuggire. Indica quindi in prima istanza l’atto di allontanarsi, con l’intento di difendersi, da un pericolo materiale o morale. Ma esso assume anche un significato più concreto, in riferimento a uno specifico luogo in cui si trova riparo.

In entrambi i casi, esso rievoca negli amanti della montagna – e forse anche negli altri – un familiare senso di protezione, tanto da diventare imprescindibile non solo per la sosta durante il cammino, ma anche per la fuga (dai rumori? dalle luci? dalla gente? Chi può dirlo).

Ma quando nasce il rifugio? E di cosa si tratta?

In confronto al resto delle strutture architettoniche, la storia del rifugio è molto più recente e si intreccia con quella dell’alpinismo. I primi furono infatti costruiti dall’inizio del diciannovesimo secolo, quando diventavano sempre più frequenti le scalate di cime di 3000-4000 metri. Erano ascese lunghe e faticose, perciò gli alpinisti necessitavano di alloggi in cui ristorarsi.

Prima degli alpinisti, la montagna era percepita come qualcosa di imponente e mostruoso. Solo i monaci vi si rifugiavano per soddisfare la loro sete di ascetismo, e alcuni cacciatori o pastori creavano ripari arrangiati per sé e per il bestiame. All’inizio erano quindi costruzioni rudimentali e realizzate con i materiali del luogo, con legno e pietra soprattutto. Non avevano acqua, né luce, né servizi.

Col passare del tempo, per far fronte a un aumento della domanda, furono ampliati, ristrutturati e migliorati.

Lo stretto legame con l’alpinismo ci chiarisce il motivo per cui tali strutture sono inizialmente note come rifugi alpini. Diventano rifugi di montagna quando si diffondono anche oltre il territorio alpino e iniziano ad essere fruiti anche dagli escursionisti a quote più basse. Durante il Novecento, il loro numero aumentò a dismisura grazie all’intervento del CAI (Club Alpino Italiano), l’Ente Nazionale fondato nel 1863 che si occupa della gestione dei rifugi e dei sentieri in tutte le regioni italiane. Ad oggi la maggior parte dei rifugi è di sua competenza, ma non tutti.

È proprio al regolamento CAI che ci rivolgiamo per conoscere la definizione puntuale di rifugio, e anche di bivacco e punto di appoggio, le cui differenze non sempre sono chiare nei parlanti e nei fruitori:

Rifugi
Strutture ricettive sorte per rispondere alle esigenze di carattere alpinistico ed escursionistico gestite o custodite ed aperte al pubblico con le modalità stabilite dalla sezione, convenientemente predisposte ed organizzate per dare ospitalità e possibilità di sosta, ristoro, pernottamento e servizi connessi ed attrezzate per il primo intervento di soccorso. Dotate di locali separati ad uso Gestore/Custode e di un locale invernale con accesso indipendente per il pernottamento durante i periodi di chiusura. In questa categoria sono compresi i rifugi incustoditi a cui tutti possono accedere ritirando le chiavi a valle con le modalità stabilite dalla sezione.

Bivacchi
Costruzioni di modeste dimensioni con capienza normalmente non superiore ai 12 posti, generalmente ubicati nelle zone più elevate delle catene montuose, frequentate per alpinismo classico, quali basi prossime agli attacchi delle vie di salita o lungo percorsi alpinistici di quota. Sono strutture incustodite e aperte in permanenza, attrezzate con quanto essenziale per il pernottamento o il riparo di fortuna degli alpinisti. Le Sezioni si devono interessare direttamente per la loro permanente apertura e per la perfetta manutenzione, nonché delle condizioni igieniche, di pulizia estesa agli spazi adiacenti al bivacco.

Punti di appoggio
strutture fisse generalmente ricavate con corretti ma modesti interventi di restauro e recupero di esistenti edifici tipici dell’ambiente montano quali casere, baite, malghe non più utilizzate, purché agibili, al fine di salvaguardare un aspetto del paesaggio tradizionale della montagna. Ubicate, in luoghi dove non esistono rifugi alpini devono consentire il ricovero ad alpinisti ed escursionisti, con una attrezzatura semplice, ma indispensabile al pernottamento. Raggiungibili esclusivamente a piedi con sentieri o mulattiere, hanno la funzione di punti di appoggio e di transito lungo itinerari in media quota, alte vie, traversate. Sono escluse funzioni di gestione per servizi di fornitura cibi e bevande. Per la relativa manutenzione si procederà come per i bivacchi.

Ci sono inoltre le baite, in genere private, nate come edifici connessi alle attività rurali (depositi, fienili, ecc.) ma nel tempo diventate anche abitazioni, e le malghe, unione di abitazione e stalla, presso cui si conducono gli animali a pascolare.

Quale che sia il nome, la gestione, la custodia e la fruibilità di tali strutture, esse sono tali finché si integrano con la montagna per renderla fruibile, senza deturparla.

Solo così, nel rispetto della natura e di chi si incontra tra quelle quattro mura, da rifugio diventano luoghi di condivisione, e da luoghi di condivisione diventano case.

Maria Rosaria Cella

In foto, la struttura Acqua del Faggio attualmente gestita da Fuorisentiero e Lucanapa come rifugio.

Fonti
Iva Berasi e Giuliana Moz (a cura di), Rifugi fra tradizione e innovazione: quale rapporto con la montagna, Atti del convegno Manifesto dei rifugi, 20 maggio 2011, Accademia della Montagna del Trentino;
Regolamento generale rifugi 2011 del CAI.

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