Potentino, dialetto nordico emigrato al sud

La scoperta di Gerhard Rohlfs sul Potentino.

Sì, avete letto bene. Se pensate di parlare come mangiate – cioè meridionale – vi sbagliate un po’. Per quanto nel tempo sia stato enormemente influenzato dalle parlate circostanti e si sia ambientato all’aria del sud, il Potentino rimane un dialetto di origine galloitalica.

«Il viaggiatore che, in uno scompartimento di III classe nel tragitto da Napoli a Taranto, presti attenzione alla conversazione dei contadini che salgono ad ogni stazione, si renderà subito conto che nel primo tratto […] la base linguistica è sorprendentemente unitaria. Ma subito dopo la profonda valle del Platano, dalla stazione di Picerno in poi, il quadro cambia. Improvvisamente arrivano all’orecchio del viaggiatore forme foniche che non si adattano assolutamente alla situazione osservata fino a quel momento. […] E così si continua anche dopo che il treno ha superato le stazioni di Tito e Potenza». Ecco, quindi, il Potentino immigrato.

A parlare è Gerhard Rohlfs, filologo tedesco e grande esperto della situazione dialettale italiana, nell’articolo Colonie linguistiche galloitaliche in Basilicata [1]. Prima di lui, altri si erano interessati alle colonie galloitaliche, tra cui il linguista italosvizzero Carlo Salvioni [2]. Furono proprio i commentatori di costui a insinuare il dubbio dell’emigrazione linguistica, che Rohlfs ha poi accolto e approfondito.

Non ci dilungheremo in questioni fonetiche, morfologiche e lessicali, che sarebbero incomprensibili ai non addetti ai lavori [3]. Approdiamo subito alle conclusioni a cui il filologo è giunto, prima con un’inchiesta condotta a Picerno nel 1925 attraverso un questionario, poi con una prolungata permanenza a Potenza nel 1930 volta a raccogliere altro materiale.

Egli ha dimostrato che i fenomeni osservati sono presenti anche in ampie zone di Piemonte, Liguria e Lombardia e che il dialetto potentino ha molte corrispondenze linguistiche con le già accertate colonie galloitaliche della Sicilia. Tratti settentrionali, oltre che a Potenza, sbucano anche a Trecchina, Picerno, Tito, Pignola, Vaglio, Avigliano, Cancellara. Più vaghe le tracce a Ruoti, Bella, Avigliano, Cancellara e Trivigno.

Assodato ciò, resta da capire quando e come sia avvenuta questa migrazione. L’ipotesi di Rohlfs, storicamente non accertata, rimanda al XII secolo, quando alcune comunità dell’Italia nord-occidentale si sarebbero spostate verso sud a causa di difficoltà economiche o persecuzioni degli eretici. Giunte nei pressi del Basento, visto lo spopolamento dell’area, vi si sarebbero stanziate [4]. La questione è tuttavia ancora da indagare.

Ora lo sapete: anche il Potentino è un immigrato. Farete tutti un corso di dizione per liberarvene o lo accetterete? Potreste semplicemente essere orgogliosi della vostra specificità, nel marasma dei dialetti meridionali.

Maria Rosaria Cella

 

[1] In G. Rohlfs, Studi Linguistici sulla Lucania e sul Cilento, 51 (1931), pp. 249-279.

[2] Per la fonetica e la morfologia delle parlata meridionali d’Italia, Milano 1912.

[3] Per chi voglia approfondire l’argomento, ricordiamo che dopo Rohlfs altri continuarono le ricerche, tra cui mi limito a citare Mons. A.R. Mennonna, Maria Bertinotti, Silvana Mazzone, Leandro Orrico, Mario Romeo, Maria Teresa Greco, Tonino Cuccaro.

[4] Sulle ragioni storiche e le testimonianze del galloitalico in Basilicata, tra il molto cfr. A. Varvaro, La parola nel tempo: lingua, società e storia, Bologna 1984; M. T. Imbriani, Appunti di Letteratura Lucana, Potenza 2000.

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