I palmenti di Pietragalla, piccoli elementi di cultura materiale

L’uomo lascia traccia del suo passaggio non solo nella cultura scritta, ma anche in quella materiale. La cultura materiale, dal canto suo, si esprime sia negli oggetti, sia nelle costruzioni in cui la vita si svolge.

I palmenti di Pietragalla, osservati oggi, sono testimonianza di consuetudini antiche, di una vita contadina scandita da povertà e ripetitività. In passato, erano indispensabili mezzi di lavorazione dell’uva e quindi importanti fonti di reddito.

Ma a quando risalgono i palmenti e a cosa servivano?

L’economia mediterranea, sin dai tempi più antichi, si è basata su tre elementi principali: la vite, l’ulivo e il grano. Già con i Romani, quindi, prolificarono frantoi, mulini, magazzini, impianti di trasformazione e palmenti. A riprendere le stesse attività durante il Medioevo furono i monaci, che nei loro cenobi predisponevano palmentum per la pigiatura dell’uva, trapetum per la spremitura e cellarium per conservare il vino.

Il nome palmentum compare proprio nella società medievale, per indicare sia lo strumento di pigiatura dell’uva, sia la struttura in cui avveniva la pigiatura stessa.

All’epoca, erano strutture realizzate in muratura, cioè in pietra e calce. Poche testimonianze ci sono invece giunte di palmenti antichi scavati nella roccia, come quelli che oggi osserviamo in diverse regioni italiane, come Toscana, Lazio, Campania (soprattutto nel Cilento), Basilicata, Calabria e Sicilia.

I duecento palmenti di Pietragalla, in provincia di Potenza, somigliano molto a quelli medievali per struttura e uso, e sicuramente da essi derivano, ma sono scavati nella roccia arenaria e di costruzione più recente. Nonostante le difficoltà di individuare una datazione precisa, gli studi dimostrano che essi furono utilizzati dalla seconda metà dell’Ottocento fino alla seconda metà del Novecento.

La maggior parte di essi è costituita da almeno due vasche, una piccolissima per la pigiatura dell’uva (0,80 x 1,00 x 0,60 m) e una molto più ampia per la fermentazione del mosto (3 x 4 x 2 m). In alcuni è presente anche una vasca per spillare il vino, chiamata palmentedda. Il tutto raddoppia nell’eventualità di dover lavorare vino bianco e vino rosso. Una feritoia in alto consente la fuoriuscita dell’anidride carbonica.

La scelta di scavarle nella roccia, piuttosto che costruirle in muratura, è stata forse dettata di volta in volta dalla facilità di lavorazione della roccia stessa. Il tufo ben lavorabile di Pietragalla ha permesso di creare dei veri e propri edifici rupestri, che a loro volta hanno dato vita a una sorta di borgo vinicolo, tuttora ammirabile.

Alcuni vignaiuoli pietra gallesi, pochissimi, ancora si servono del loro palmento, rinnovando così le promesse fatte alla storia, alla cultura e alla civiltà povera e contadina di cui sono figli.

Maria Rosaria Cella

Foto tratta da www.italyformovies.it.

Fonti

  1. De Vita, “I palmenti di Pietragalla: un particolare sistema di grotte adibite alla trasformazione delle uve”, in Ricerca e Territorio – Quaderni del CirTer, I, giugno 1990, pp. 141-150;
  2. Zanoni, I palmenti: tracce di cultura materiale in Calabria, Ediz. Centro Arte e Cultura 26, Castrovillari 2007;
  3. D’Angelo, La terra, la vite, il vino. Pietragalla e i palmenti: patrimonio di archeologia rurale. Viaggio alla ricerca comparata nel bacino del Mediterraneo, Paideia, Firenze 2008.

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