Carmine Lisandro, l’uomo che osservava gli animali

In occasione dell’uscita del suo documentario naturalistico, Lucania a Nord-Ovest, emblema e testimone della biodiversità, ho il piacere di chiacchierare con Carmine Lisandro, uno dei più grandi conoscitori della fauna e della flora della Basilicata nord-occidentale, specialmente dell’area del Marmo Platano.

Mi accoglie nel suo mondo domestico come fossi sua figlia, seduti davanti al camino, mentre fuori cade la neve.

Quando hai cominciato a inseguire e a spiare gli animali?

Ho cominciato da bambino. Una volta la befana mi portò una diligenza del western con cavalli di plastica, così in primavera presi una lucertola e la feci giocare. Ero sciocco, le davo da mangiare il pane. Oppure prendevo i grilli, perché mi attiravano i colori delle ali. Mi capitò anche un orbettino, una lucertola senza zampe, color giallo oro. Inseguivo i granchi al fiume. Non c’erano altre distrazioni, perciò mi sono dedicato agli animali.

Così, crescendo, invece di giocare con loro hai deciso di fotografarli e filmarli.

Sì, e ho cominciato prima con le foto, anche con macchine obsolete. Comprai una Zenit 500 mm al mercato di Forcella a Napoli, è stata una delle prime con cui mi sono sbizzarrito anche se non uscivano foto eccelse. Dalla Canon EOS 1000D sono migliorato. Uso molto la mano libera, anche se mio figlio dice che devo usare il treppiede. Quello puoi usarlo con le cose fisse, gli animali invece sono imprevedibili. Tra la foto o il filmato, per logica ho pensato di fare prima le foto, per avere almeno una testimonianza. Però per gli animali la foto è una cosa morta, con un filmato puoi vederlo vivo davanti a te.

E come capisci dove appostarti?

È l’esperienza. Ormai li conosco bene. A volte sistemo dei rami e aspetto che gli uccelli si poggino. Spesso è anche fortuna. Il momento migliore è la mattina, oppure il primo pomeriggio in estate. Devo essere lì prima che loro si attivino e si accorgano di me. Mi apposto e aspetto.

Ti sei mai stancato di aspettare?

No, mi piace anche l’attesa, perché mi aspetto sempre qualcosa. A volte parlo tra me, mi dico conto fino a 100, se non succede nulla me ne vado. Ma poi ricomincio sempre a contare. Come nella vita, la curiosità e la speranza non bastano mai. Poche volte è capitato che sono tornato a casa a mani vuote. C’è una sorta di accanimento! Magari sento solo il verso dell’animale e quindi decido di scovarlo. È una lotta: io che li cerco e loro che sfuggono. Anche se dovessi fotografare lo stesso soggetto per mille volte, per me è sempre un rinnovamento dell’esperienza. E ricordo sempre dove le ho fatte.

Ma non pensi di invadere la loro intimità?

No, perché sono molto discreto.

 

Con gli occhi lucenti mi mostra i cataloghi realizzati negli anni passati, mi conduce nel piccolo immenso archivio della stanza accanto: sullo schermo del PC, un’upupa che fa il bagno con la sabbia, un frosone dai lineamenti sempre arrabbiati e il prediletto martin pescatore.

Sul manifesto del documentario hai scritto che nulla di affari, politica, simposi e amore ti soddisfa né dura in eterno. Ma anche in natura niente è eterno, come gli attimi che immortali. Perché questo invece ti soddisfa?

Perché è continuo susseguirsi, una continua scoperta. L’azione non è mai uguale. Capita a volte che aspetti per ore e non succede nulla, ti prende quasi lo scoramento. Ma io sono testardo. Anche quando sembra non ci sia niente, aspetto. A volte sento a pelle che succederà qualcosa: così una volta ho avuto la fortuna di vedere un airone che stava per prendere un serpente. La natura è imprevedibile, ha tante sfaccettature. Anche le persone lo sono, ma non mi fido delle persone perché pensano ai loro interessi, non a quelli generali. La natura va preservata per gli esseri umani, è qualcosa che noi non possiamo cambiare. Invece oggi si distrugge ogni cosa.

A proposito della violenza sulla natura a cui assistiamo ogni giorno, che consigli daresti alle istituzioni e ai singoli cittadini per porvi fine?

A tutti, direi di riflettere dieci volte su ciò che stanno per fare. Ricordo la pubblicità di una mamma che buttava tutti i rifiuti nella culla del bambino. Era scioccante. Se non vogliamo lasciare schifezze ai giovani, dobbiamo pensarci bene. Alle istituzioni, specialmente quelle scolastiche, proporrei di educare i ragazzi: questa è l’unica speranza. Potrei poi raccontarti l’esperienza del SIC, per la quale mi sono impegnato molto. Ci sono voluti molti anni, la burocrazia è lenta. Ma la sento una mia creatura. Per fare ciò servono persone semplici, poco interessate anche dal punto di vista economico. Serve un animo semplice per gustare certe cose.

Stavolta sono io a osservare lui. Così, quasi commosso, mi accompagna alla porta e mi augura: rimani semplice.

Maria Rosaria Cella

Foto di Carmine Lisandro

 

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