Grecismi (in)sospettabili nei dialetti lucani

I dialetti lucani, come gli altri dialetti del Sud Italia, hanno una matrice prevalentemente latina. Tuttavia, sono riusciti nel corso dei secoli a serbare le ancestrali radici delle popolazioni preromaniche, ad esempio in vocaboli di derivazione osca e germanica o in numerosi grecismi.

 In Basilicata non ci sono vere e proprie isole di idioma greco, come in alcune zone della Calabria e del Salento. 

Eppure i grecismi che usiamo, come fossero un cordone ombelicale mai reciso, ancora ci nutrono della cultura delle antiche poleis magnogreche.

C’è da fare una precisazione. La durata e l’estensione della grecità nell’Italia meridionale sono problemi intorno ai quali storici e filologi hanno a lungo discusso [1]. Da un lato si cerca di ricollegarle all’antica colonizzazione della Magna Grecia, avviatasi nel lontano VIII a. C., dall’altro esse sono considerate più recenti e risalenti all’epoca del governo bizantino (IV-X) [2].

Quale sia la posizione che si scelga di seguire, è certo che il greco era conosciuto e usato nella nostra terra fino al XIII secolo e che ancora oggi usiamo grecismi senza neanche saperlo.

Sorvolo per comodità (e, lo ammetto, un po’ anche per campanilismo) sulle differenze di pronuncia che caratterizzano i diversi paesi lucani, e vi mostro di seguito alcuni termini sicuramente noti nella zona del Melandro e del Vulture, fino alla valle del Sinni [3].

Chiàtro, gelo. Da κρύος (criuos), che significa proprio freddo, ghiaccio, gelo.

Ciràse, ciliegie. Da κεράσιον (cherasion), ciliegia anche in greco.

Laghinatùro, matterello. È l’attrezzo che serve per stendere la pasta e viene da λάγανον (laganon), ovvero sfoglia di pasta. Un piatto tipico di casa mia, a Bella, è a laghn cu latt, la pasta con il latte.

Tièdda, piccolo tegame o casseruola. Da θυείδιον (tiueidion), diminutivo di mortaio.

Tavùt, bara o cassa da morto. Qui l’etimologia è molto più sottile: θάπτω (tapto) è il verbo che indica seppellire, onorare con un rito funebre. Deriva a sua volta da τάφος (tafos), tomba o rito funebre.

Pazzià, scherzare o giocare. Vocabolo frequente anche nel dialetto napoletano, deriva da παίζω (paizo), giocare, verbo solitamente associato alle attività dei bambini.

Maccatùr, fazzoletto. L’origine è in μυκτήρ (miuctér), naso o narici.

L’elenco è ancora lungo, ma lo lascio in sospeso. Magari a qualcuno diverte andare a caccia di etimologie e non voglio di certo rovinargli il gioco.

Maria Rosaria Cella

 

[1] Sull’ampio dibattito, mi limito a citare per le linee generali: J. Gay, L’Italie méridionale et l’Empire byzantin. Depuis l’avènement de Basile Ier jusqu’à la prise de Bari par les Normands (867-1071), Paris 1904, trad. it. Firenze 1917; O. Parlangèli, Storia linguistica e storia politica nell’Italia meridionale, Firenze 1960; G. Rohlfs, Grammatica storica dei dialetti italogreci, Monaco 1977.

[2] Sulla presenza bizantina in Italia meridionale, tra il molto cfr. V. von Falkenhausen, La dominazione bizantina nell’Italia meridionale dal IX all’XI secolo, Bari 1978.

[3] La grafia dialettale è di mia elaborazione nel tentativo di rendere i vocaboli comprensibili a tutti, non avendo un unico dialetto di riferimento. Tra parentesi indico non la trascrizione dal greco, ma la pronuncia. Per i significati greci cfr. F. Montanari, GI. Vocabolario della lingua greca, 2013.

Foto del sito greco di Metaponto, tratta da http://www.lucanafilmcommission.it.

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